09/10/2020

Occhio alla disinflazione

Sulla scia della pandemia, sono stati messi in campo, a livello globale, stimoli monetari di dimensioni straordinarie e un cambiamento nelle posizioni delle Banche Centrali, a riguardo degli obiettivi di inflazione, con l’obiettivo di accelerare la ripresa, togliendo qualsiasi limitazione alla crescita dell’inflazione. Rimane però un quesito: Questi stimoli monetari globali stimoleranno anche l’inflazione?

Quali sono dei chiari segni di disinflazione?

Uno dei più chiari segnali di disinflazione è dato dall’aumentare degli output gap a livello globale
. Il gap del 7,5% tra domanda e offerta in Cina, così come altri output gaps a livelli mai raggiunti prima d’ora, fanno presagire eccessi di offerta tali da non consentire un aumento dei prezzi ai consumatori. È presente altresì una diffusa debolezza dal lato della domanda, che potrebbe rimanere tale, viste le previsioni di ulteriori riduzioni delle entrate per futuro prossimo. Infatti, l’inflazione salariale necessaria per avere un’inflazione persistente è ostacolata dai deboli dati di occupazione a livello globale, compresa l’Asia, motore trainante della ripresa.
È altresì difficile il verificarsi di un aumento dell’inflazione in coincidenza con la contrazione del credito sperimentata in alcune aree del globo.

Ad esempio, nonostante l’aumento dell’offerta monetaria negli Stati Uniti, la velocità della moneta è crollata, poiché le famiglie americane hanno utilizzato questa liquidità per diminuire i propri debiti ed aumentare i risparmi (2,5 volte i livelli pre-Covid), tanto che i debiti per l’utilizzo di carte di credito al consumo hanno subito una contrazione in cinque degli ultimi sei mesi, con una riduzione dei debiti del 20% su base annua.

Tutti questi fattori sono testimoniati dai rispettivi dati. L’ultimo dato del CPI (Consumer Price Index) dell’Eurozona, attestato allo -0,2%, era non solo al di sotto delle aspettative, ma anche in direzione deflazionaria, mentre i dati inflazionari in Cina e negli altri mercati emergenti sono ai minimi storici.

Maggior liquidità, politiche espansionistiche e le policy inflazionistiche della Fed non dovrebbero portare ad un aumento dell’inflazione?

In teoria sarebbe così, ma in realtà questo assunto non è più tale almeno dagli anni ’80. L’inflazione è stata maggiormente assorbite dai prezzi degli asset finanziari, aumentando così le disuguaglianze. D’altro canto, per quanto riguarda l’economia reale, ogni round di Quantitative Easing porta ad effimeri aumenti inflazionari, lasciando gran parte dell’economia a battagliare con le forze disinflazionistiche. Più i prezzi degli asset diventano disconnessi dall’economia reale, più sarà ampio l’effetto destabilizzante di un picco nei tassi nominali e reali.

Cosa comporta la disinflazione per gli investitori alla ricerca di rendimenti?

Data l’ampiezza delle politiche di stimolo messe in campo finora, una delle migliori strategie è quella di mantenere una duration bassa, diminuendo l’esposizione in titoli Investment Grade, che hanno sperimentato un allungamento delle duration, e nei Leveraged Loans, resi meno appetibili dalle mosse di politica monetaria, e aumentando l’esposizione in titoli High Yield, resi meno volatili e più resilienti dalle stesse politiche monetarie. Complessivamente, all’interno del contesto macroeconomico globale, è prevedibile che l’inflazione resterà al centro dell’attenzione degli investitori fino alla fine del 2020.

Articolo a cura di Eugene Philalithis, Head of Multi Asset Investment Management Europe di Fidelity International

Link all'articolo originale: https://professionals.fidelity.co.uk/articles/expert-opinions/2020-10-06-keeping-eye-disinflationary-forces-1601970471954


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