31/07/2020

Misure di sostegno all’occupazione in Europa: vantaggio nel breve termine, penalizzazione sul lungo termine?

Le misure adottate in Europa per attutire l’impatto della pandemia hanno contenuto il calo dell'occupazione nella regione più di quanto sia avvenuto negli Stati Uniti. Pur riconoscendo i rischi economici derivanti dal crescente numero di casi di COVID-19 oltre Atlantico, si prevede un ribaltamento di questo rapporto prima della fine dell’anno. Il mercato del lavoro statunitense e quello europeo hanno manifestato un andamento marcatamente differente in questa crisi. Da febbraio ad aprile, il tasso di disoccupazione nell’Area Euro è cresciuto di soli 10 punti base al 7,3%, mentre quello americano è salito di 1.120 punti base al 14,7% (cfr. figura 1). Da allora, la divergenza fra le due regioni si è attenuata pur permanendo complessivamente ampia: a giugno il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti era sceso all’11,1% mentre quello dell’Eurozona era leggermente salito al 7,4% a maggio (ultimi dati disponibili).

Alcuni attribuiscono la tenuta dell’occupazione in Europa alla minor flessibilità del mercato del lavoro nella regione. Le normative più rigide in materia di assunzioni e licenziamenti, che normalmente sono viste come un elemento di debolezza, potrebbero rappresentare un vantaggio in questo frangente in quanto stanno contenendo la perdita di posti di lavoro. Ma è altamente probabile che la differenza derivi principalmente dal differente approccio scelto dai governi per sostenere i redditi delle famiglie durante la crisi.
Mentre gli Stati Uniti hanno puntato sulle indennità di disoccupazione, l’Europa ha dato priorità alla tutela dei posti di lavoro ricorrendo a meccanismi di cassa integrazione (CIG) attraverso i quali lo Stato si fa carico di una quota, che varia dal 60 all’85%, della retribuzione del lavoratore per le ore non lavorate.

In sintesi, negli Stati Uniti si sono sussidiati i disoccupati lasciando fare il suo corso al mercato mentre in Europa si sono combattute le forze di mercato sussidiando le imprese. Quale delle due soluzioni è migliore?

A giudicare dai soli dati della disoccupazione, la risposta europea sembrerebbe essere più efficace. Tuttavia, fare confronti diretti non è agevole. Ad esempio, negli Stati Uniti, molti lavoratori attualmente disoccupati prevedono di tornare al loro ultimo impiego e un recente studio indica che le attese dei lavoratori sarebbero fortemente predittive delle probabilità di riassunzione. Ciò suggerisce che benché la disoccupazione ufficiale degli Stati Uniti sia cresciuta maggiormente di quella dell’UE, potrebbe anche ridiscendere più velocemente al superamento della fase acuta della crisi.  Inoltre, poiché i meccanismi di cassa integrazione europei sono dispendiosi, diversi paesi intendono stringere i cordoni della borsa nel corso dell’anno, e questo solleva interrogativi riguardo all’efficacia di queste misure sul lungo termine.

Disoccupazione potenziale

Questo ci ha portato a elaborare il “tasso di disoccupazione potenziale”, un indicatore di disoccupazione corretto per la CIG che comprende la popolazione in cassa integrazione in Europa nel computo dei disoccupati. Riconosciamo che l’ipotesi di partenza sia estrema, ma ci consente di stimare indicativamente la potenziale disoccupazione che potrebbe manifestarsi quando queste misure di sostegno di breve termine verranno meno. A maggio (periodo per il quale sono disponibili gli ultimi dati di disoccupazione per ambedue le regioni), la popolazione europea in CIG era ben il 17% della forza lavoro in Germania, il 45% in Francia, il 28% in Italia e il 13% in Spagna (con una media del 25% per questi quattro principali paesi dell’Area Euro). Secondo questo indicatore corretto per le misure di sostegno, il tasso di disoccupazione europeo ammonterebbe al 33% a maggio contro circa il 15% negli Stati Uniti (cfr. figura 2).

 Il principale interrogativo in Europa sul futuro è quanti lavoratori in CIG finiranno ad ingrossare le fila dei disoccupati. Ipotizziamo che questa sarà la sorte per una parte di loro (uno su sei, secondo le stime), in ragione dei cambiamenti strutturali imposti dalla crisi e in quanto potrebbe volerci parecchio tempo prima che settori come quelli dei viaggi, del turismo, del tempo libero e dell’alberghiero tornino ai livelli pre-crisi, ammesso che ci tornino. Al contempo, pur riconoscendo i rischi derivanti dalla recente accelerazione dei contagi da COVID-19 negli Stati Uniti, è presumibile che il mercato del lavoro americano più flessibile e meno conflittuale possa cavarsela meglio rispetto a quello europeo in un contesto di cambiamento strutturale.

Nel valutare i rischi per l’Europa, si osserva altresì che la riduzione delle ore lavorate nella regione, pari a -3,1% nel primo trimestre rispetto a quello precedente, è stata superiore a quella negli Stati Uniti pari a -0,7%. Questi dati indicano una minor domanda di lavoro in Europa e ne segnalano prospettive di maggior debolezza sul versante occupazionale.

Infine, l’Italia presenta un rischio specifico in termini di disoccupazione europea. Al 7,8%, il tasso di disoccupazione in Italia a maggio era di 120 punti base sotto i livelli di febbraio. Il dato tuttavia è interamente riferibile a uscite di lavoratori dal mercato del lavoro dovute alle limitazioni imposte agli spostamenti, alla necessità di assolvere a doveri familiari e alla cautela generale. Come mostra la figura 3, oltre 1 milione di persone è passato alla categoria degli “inattivi” (coloro che non lavorano e non cercano un lavoro) da febbraio ad aprile. Una parte di queste persone ha cominciato a confluire tra i disoccupati a maggio e probabilmente molti altri ne seguiranno. Un altro fattore che limita il calo dell’occupazione in Italia è il blocco dei licenziamenti decretato dal governo per i lavoratori subordinati con contratto a tempo indeterminato, che resterà in vigore almeno fino all’incirca a metà agosto (al netto di ulteriori proroghe). Con il venir meno di tale blocco, il potenziale di aumento della disoccupazione crescerà.

 

Rischi del virus a parte, il tasso di disoccupazione in Europa e negli Stati Uniti dipenderà dalla volontà e dalla capacità delle autorità di mantenere le misure di sostegno, dal numero di aziende che resteranno in vita, dalla profondità dei cambiamenti strutturali e dall’adattabilità che ciascun paese saprà dimostrare.

Stando alle attuali previsioni, la recente relativa sottoperformance del mercato del lavoro statunitense non continuerà: stimiamo che il tasso di disoccupazione americana scenderà intorno al 9% entro fine anno mentre quello dell’Europa salirà all’11% circa, nello stesso periodo. 

Rischi derivanti da sviluppi differenti sul versante del COVID-19 negli Stati Uniti e in Europa

Le stime di base sono soggette a maggior incertezza a seguito dei recenti sviluppi divergenti sul fronte del COVID-19 negli Stati Uniti e in Europa. Mentre l’Europa sinora è riuscita a mantenere il virus sotto controllo, negli Stati Uniti si è avuta un’impennata significativa dei contagi da COVID-19 in diversi Stati che rappresentano circa il 40% dell’economia statunitense, uno sviluppo che potrebbe mettere in discussione le proiezioni. Un altro aspetto che le potrebbe mettere in discussione potrebbe essere il recente mutamento nel comportamento dei consumatori osservato negli Stati Uniti: nelle ultime settimane, i ricavi delle aziende e la spesa dei consumatori hanno cominciato a decelerare, soprattutto nelle aree colpite dai focolai più acuti. Ciò potrebbe accrescere la necessità di ulteriore accomodamento fiscale e monetario e avere ripercussioni sulla direzione del tasso di disoccupazione statunitense.

Contributo a cura di:
Nicola Mai - Responsabile della ricerca sul credito sovrano in Europa di PIMCO
Tiffany Wilding - Economista per gli Stati Uniti di PIMCO

Link all’articolo originale: https://www.pimco.it/it-it/insights/blog/europes-labor-measures-short-term-gain-long-term-pain

 


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